SardegnaArticoli
4 luglio, 2011

Viaggio nel cuore verde della Sardegna di domani

  D La Repubblica, 2 luglio 2011

Un contagioso appello alla salvezza. Il richiamo forte e bello di un’identità unica, calpestata ma finalmente in movimento e non più indifferente. Arriva da Cagliari, dalle baie dal nome esotico lungo la costa sudoccidentale sarda. Potenzialità formidabili, problemi antichi, minacce ambientali sbarcate dal continente e in lotta con i sogni ariosi del luogo. Tutto questo trova subito posto nello sguardo che alle otto di sera, affacciati sul lungomare del centro cittadino di via Roma, abbraccia una buona parte dell’immenso porto e del golfo della città lustrati dal vento di ponente. Dall’hotel Miramare, che alimenta un sentimento già intenso da capitale delle colonie, oltre le palme e le sedici corsie stradali che lo separano dall’acqua (una delle quali sembrava destinata, nei sogni di un affarista di Abu Dhabi, a ospitare corse di cammelli), si coglie una nave veloce Tirrenia, ferma da anni perché consuma troppo, in fondo le fiamme alte della raffineria della Saras di Sarroch, a destra, il bel palazzo liberty del municipio dove si è appena insediato, con passione, il giovane sindaco Massimo Zedda. Quello che non si vede è un filo spinato di trecento torri eoliche marine previste a un miglio dalla costa. Non si scorge la città bianca che sale alle spalle, e che con i suoi 500mila abitanti (includendo i centri a ridosso del capoluogo) è un terzo della Sardegna e la sua vera anima; il degrado della città pari alla sua ricchezza: più giornate di sole di tutta Europa e la disoccupazione giovanile verso il 50%. Una città addormentata da decenni su un record di progetti abbandonati, e che ora, con il voto e l’impegno dei giovani, ha manifestato la volontà di svegliarsi. è una sfida con tre contendenti – crisi economica, speculazione aggressiva, rilancio attraverso l’ambiente: si rivela mentre risaliamo la costa nord-ovest con a monte il Sulcis-Iglesiente. Fino a Piscinas e poi ritorno: Buggerru, Nebida, Sant’Antioco, Piscinnì, Capo Malfatano, Tuerredda. Nomi belli per campi di battaglia. Da una parte, i barbari. Soldi del continente investiti non per creare altri soldi o posti di lavoro, faccendieri avveduti e passività dei locali, un record di cose brutte, fallimentari. La tentata colognomonzesizzazione del mare. Dall’altra, mare, dune di sabbia bianca e argini umani. Basta affacciarsi sul golfo di Gonnesa, con sotto la splendente laveria di piombo e zinco di Nebida; sullo sfondo la costa calcarea con il fotogenico scoglio del Pan di Zucchero. Seguire il cameriere del bar 1906 operai (in memoria dei 4 operai uccisi qui nel 1906 alla nascita dei primi sindacati), mentre indicando la scogliera e le agavi in fiore, dice: “è tutto quello che abbiamo”, e poi capire come sia urgente, perché la frase seguente è: “Però bisogna anche mangiare”. (Siamo nella seconda provincia più “disoccupata” d’Italia, quella di Carbonia-Iglesias). Una domanda difficile e di cui ti appassioni: come salvare tutto e tutti? T’insegue sotto il maestrale, in spazi infiniti dove riprendi le piccole dimensioni che ti spettano, accolto dal profumo quasi solido di mirto ed elicriso, che su viali e piazzette di Cagliari trovano un equivalente dal colore indescrivibile nei fiori degli alberi di jacaranda. E la risposta – in una natura con i fondamentali buoni, dove la forza della bellezza può prevalere – è provare a brevettare un brand unico, ecologista e solidale, attraendo un turismo con piccoli “pezzi” buoni che richiamino la gente anno dopo anno. Per fermare la fuga degli abitanti dei piccoli paesi sopra il mare, senza costruire palazzi sulle spiagge, campi da golf sulle dune, pale eoliche quasi a riva, radar su promontori inviolati. Di per sé, l’idea di portare turismo e soldi con il golf, appare cosa sensata. Poi uno scopre che il progetto di costruire venti campi da golf in Sardegna con i soldi pubblici, è anche un modo per aggirare il Piano Paesaggistico Regionale che dal 2006 vieta di edificare vicino alla costa. Si fanno i conti con l’acqua che beve un “18 buche”: è quella che consuma un paese di 10mila abitanti. E poi deve piovere, ci vogliono fertilizzanti e pesticidi. Basta guardare dall’alto un campo in funzione a Chia: dopo giorni piovosi e umidi, è ancora ridotto a una steppa giallastra. La salsedine brucia l’erba. Ogni zona ha il suo progetto giudicato abusivo, bloccato: sono al lavoro per il ripristino ambientale. La regione Sardegna, seguita poi da tutte le altre, ha da poco rigettato il nucleare. Anche per questo motivo, racconta la parlamentare Pd Caterina Pes, mentre ci affacciamo sul golfo di Cagliari dall’alto della torre costiera di Cala Mosca, bisogna stare attenti ai possibili colpi di coda dell’eolico selvaggio, ai progetti offshore. Le iniziative sono state muscolari; hanno portato al sardo Flavio Carboni, a Denis Verdini, al Presidente della Regione Sardegna Ugo Cappellacci. Aperta un’indagine giudiziaria, si aspetta il responso. La minaccia resta: le pale da piantare in mare (troppo vicino alla costa, rispetto alle analoghe del nord Europa), erano tremila. Ora la pratica è ferma. Manca la concessione demaniale marittima. Una sentenza del Tar ha però rilanciato la fattibilità del progetto per il mare. Nel caso del golfo di Cagliari, vorrebbe dire trecento pale a un miglio dalla costa, dalla celebre spiaggia cagliaritana del Poetto fino a Sarroch: “Come mettere un filo spinato al nostro unico orizzonte”, commenta Caterina Pes che ha presentato un disegno di legge perché la valutazione dell’impatto ambientale di opere come queste sia trasferita da Roma alla Regione. “Per i sardi il mare è la terra, è continuità dello sguardo, la sola via di fuga. Dopo il no al nucleare, si rischia l’assalto dell’eolico selvaggio come dal 2003 al 2008”. Sullo sfondo, Cagliari appare un intreccio di consapevolezza e immobilismo. Da un lato sono chiari a tutti i problemi ambientali, le risorse naturali, archeologiche e architettoniche da proteggere (la città nel 2015 sarà anche la porta a sud dell’Expo milanese); ne parlano ogni giorno i quotidiani locali. Dall’altro si è vissuti di una lunga acquiescenza, una complice e, con rare eccezioni, comune accettazione del nulla. La più grande necropoli punica del Mediterraneo, il colle di Tuvixeddu con le sue duemila tombe alle spalle del centro, è in stato di abbandono, umiliata nei decenni da cementifici, strade e case costruite sopra i tumuli; preme ancora un progetto edilizio da 350mila metri cubi (in una città con oltre diecimila case vuote): me ne parla con gran trasporto il consigliere regionale indipendentista Claudia Zuncheddu. La Procura di Cagliari ha da poco rinviato a giudizio sei persone legate ai lavori di Tuvixeddu per reati vari, tra cui distruzione di patrimonio archeologico. Domando quale sia la sua proposta per l’ambiente a Massimo Zedda, il nuovo sindaco, accolto da decine di abbracci tanto caldi quanto responsabilizzanti, mentre cammina per le stradine del quartiere di Marina, prima verso il suo “ufficio all’aperto” in piazza Savoia, poi a un ristorante, Flora, dove sembra passi tutta Cagliari (un modo rapido per vedere come sia sempre stata una città divisa tra i “nostri” e gli “altri”). “La priorità è la produzione di nuove occasioni di lavoro: per fare questo ho bisogno dell’aiuto di tutte “le” Cagliari, giovani e non. Il punto di partenza è la valorizzazione della città, spiegare a tutti quello che abbiamo: ambiente, cultura, tradizioni, tranquillità, senso dell’ospitalità. Ci concentreremo sulle nostre risorse, i quattro quartieri storici, le viuzze di Marina, quell’area straordinaria composta dalle saline, la spiaggia del Poetto e lo stagno del Molentargius. Bisogna far capire che la tutela dell’ambiente porta lavoro. E restituire ai cittadini i nostri patrimoni, come quello archeologico della necropoli fenicio-punica di Tuvixeddu”. L’angolo più amato della città? “La spiaggia del Poetto, valvola di sfogo della mia adolescenza. All’inizio degli anni Duemila, è stata portata sulla spiaggia altra sabbia: non quella giusta di terra, ma quella più scura del fondo marino, alterando sia il colore della spiaggia che quello dell’acqua, diventato simile all’orzata. Dopo quest’intervento sbagliato, non sono più andato al Poetto per cinque anni”. Il luogo preferito sulla costa? “Piscinas”. Si tratta di una vasta spiaggia protetta da dune vive, leggendarie, circondata alle spalle dai resti delle miniere dell’Arburese. Un esempio di riconversione conservativa è l’insolito, magico hotel Le Dune. L’origine dell’albergo, ricavato in un magazzino minerario del vicino villaggio di Ingurtosu, abbandonato negli anni Cinquanta, è in sé un bel racconto, con un ex paracadutista che arriva con fatica fino a qui su una R4, comincia con mettere un telo di paracadute a copertura dell’angolo bar. Quasi vent’anni dopo, è un piccolo albergo con le mura spesse un metro dove arrivano circa ottocento turisti all’anno per fare bagni di pace e passato. Davanti al mare impetuoso, il direttore, Andrea Temussi, dice: “Usiamo il marketing del silenzio e dell’ecologia. Qui i ricordi arrivano ai fenici, che navigando verso Tarros, vedevano un serpente a cielo aperto, il filone di galena argentifera. Per noi sarebbe l’ideale se tutto restasse così, però bisogna creare opportunità di lavoro, se no la gente fugge”. Risalendo la strada piena di buche che arranca lungo il letto di un torrente fiorito in cui venivano fatti defluire i minerali, ci si blocca davanti all’irreale – fa pensare ai vecchi film di Peter Weir – laveria di Naracauli. Uno dei poli di un annunciato mega-progetto di gruppi industriali del nord, destinato a creare il “Parco delle dune di Piscinas”: Naracauli, Ingurtosu, Piscinas e la vicina Costa Verde. Si parla di un miliardo di investimento in dieci anni, con la creazione di seimila posti letto. Operazioni di queste dimensioni non hanno avuto fortuna. Perché privarsi della sensazione di essere sovrastati da una natura incredibilmente più grande del più grande resort? E non immaginare piccole strutture che valorizzino i sognanti resti di archeologia mineraria? Per esempio quello della laveria di Nebida, qualche chilometro a sud: sfiora quasi il mare, un piccolo tempio a cui si arriva dopo duecento gradini. La costa presenta grandi differenze a pochi chilometri di distanza. Accanto alla baia protetta di Cala Domestica, dove se ti volti verso l’interno hai di fronte il deserto di Paris-Texas, c’è Buggerru, già vecchio e fascinoso sbocco minerario a mare, oggi trasformato in un villaggio qualunque di villeggiatura, con tanto di porticciolo turistico. “Non nel mio giardino”: questo slogan qui sembra sconosciuto. Qui è sempre stato “tutto nel mio giardino”. Ci sono cose che non vuoi immaginare: altri chilometri verso Cagliari e si apre, su Capo Malfatano, l’insenatura di Tuerredda con le sue spiagge gemelle, il tutto così bello da essere usato come fondale delle pubblicità di molti alberghi del sud. Mentre la si costeggia dall’alto della strada costiera, compaiono ruspe, gru, piloni: l’inizio di un insediamento turistico di lusso nel punto più bello di Capo Malfatano. A destra della strada, dove adesso corrono colline di un verde brusco in un’impagabile continuità naturale, sono previste ville su ville. Pochi giorni dopo il mio passaggio, leggo sui giornali che la Guardia di Finanza s’interessa al progetto: sette indagati. Colpo su colpo. Assalitori. Poi i difensori. Un gruppo di questi aspetta da inizio aprile in cima a Capo Sperone, il punto più a sud della penisola di Sant’Antioco. Appollaiati tra i ruderi del vecchio faro, vorrebbero impedire l’installazione di uno dei quattro radar “anti-migranti” previsti dalla Finanza in altrettanti punti panoramici dell’isola. Discorsi sulle ricadute per la salute a parte (non c’è univocità di vedute sugli effetti), non è pensabile che il turista si metta a prendere il sole all’ombra di questa sentinella gigantesca. Per ora il movimento no-radar di Sant’Antioco (la protesta sta intanto coinvolgendo tutti i 17 siti italiani coinvolti) ha ricevuto il suo più grande aiuto dalle pernici, e dalla legge che protegge il loro periodo di riproduzione: stop alle ruspe. Piscinnì. Una bella spiaggia vicino a Tuerredda, con uno stagno retrodunale dove si aggirano mucche in libertà. Per molti anni oggetto di una lotta tra speculatori, uomini e natura. Era stato costruito un porto abusivo. La spiaggia stravolta. Bloccato da un’insistente battaglia legale, il porto è stato smantellato. Passato un altro decennio, il mare si è mangiato anche gli avanzi e ora la baia è restituita all’originale. E alla pace. Me lo dice con un gran sorriso Stefano Deliperi, che da solo (e poi con il suo blog-comunità Gruppo d’Intervento Giuridico, il competente e formidabile Grig) ha fatto di più per salvare questa zona dell’intera regione. Ha cominciato nel ’92. Per “fare qualcosa”, ha fatto qualcosa come 1.500 denunce. “Ho scelto l’unico strumento disponibile per proteggere questa terra: l’applicazione del diritto. Sapevo che sarei riuscito a trovare giudici che capiscono i problemi, non restano inerti ma intervengono per fermare quanto deve essere fermato”.

 Michele Neri

 leggi l’articolo in pdf: pag.42-43; pag.44-45pag.46-47;  pag.48-49;  pag.50-51; pag.52-53

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