Crisi della politica e legge sui partiti
apr 14th, 2010 | By Redazione | Categorie: In evidenzaGian Mario Demuro, da www.sardegnademocratica.it
1. La crisi endemica. La democrazia italiana è da molto tempo vittima di un paradosso, la rappresentanza politica ha smarrito i normali canali di rappresentazione, o meglio, non riesce più a “rappresentarsi per il tramite dei partiti”. Agli albori della Repubblica, infatti, il rapporto tra la democrazia dei partiti ed il Parlamento era talmente indissolubile da apparire non modificabile. Si trattava di un legame tanto stretto da ritenere impensabile che vi potesse essere una democrazia parlamentare senza la selezione della classe politica fatta dai partiti. Il sistema tuttavia comincia ad andare in crisi già negli anni sessanta quando Maranini descrive il fenomeno con una parola diventata poi famosissima: “Partitocrazia”. Una delle poche voci dissenzienti in quegli anni era quella di Leopoldo Elia che, nel 1963, chiedeva al Congresso nazionale della Democrazia cristiana una proposta per regolare lo strapotere dei partiti.
La lunga crisi dei partiti è sfociata ai giorni nostri nella crisi del rappresentato. In assenza delle grandi narrazioni politiche del passato (socialismo, liberalismo, comunismo ecc.) infatti il contesto culturale e politico è sempre più portato alla esaltazione dell’individuo che “può tutto”: un individuo senza limiti, titolare soltanto di diritti e non di doveri. Le ideologie vengono poi sostituite da simil-ideologie nelle quali il rapporto diretto con il “popolo” è senza mediazione ed è, anche in questo caso, diretto al soddisfacimento di interessi individuali. La crisi del rappresentato diventa cosi crisi della dimensione collettiva dell’esistenza umana.
In sintesi, il convergere della crisi della rappresentanza politica e di quella del rappresentato trasformano la parola “rappresentare” nel suo significato minimo, quello della rappresentanza degli interessi. Rappresentare significa infatti rendere presente ciò che, letteralmente, non è presente in quel preciso istante. Pertanto i rappresentanti si limitano a rappresentare ciò che è presente in maniera preminente, gli interessi individuali e collettivi. Il lobbismo è certamente pratica endemica anche in altre democrazie basti semplicemente fare riferimento alla sentenza della Corte suprema americana del gennaio 2010 che, con una maggioranza di 5-4, ha dichiarato incostituzionale il limite di spesa per le Corporations nel finanziare le campagne elettorali. Il Primo emendamento chiamato a difesa del diritto di finanziare i “propri” candidati. Si tratta comunque di un fallimento e non della affermazione di una pratica democratica.
2. La crisi della legge e della regolazione lenta. La crisi della rappresentanza politica sfocia poi nella crisi del Parlamento e nella crisi della regolazione lenta per eccellenza: la legge parlamentare. I dati che confermano sono facilmente reperibili e ci dicono che nella XVI legislatura si manifesta un costante aumento del numero assoluto dei decreti legge emanati (52); un sensibile aumento della regolazione approvata per decreto (+66 %); una crescita dei contenuti durante la loro conversione (+70 %); infine il sistematico ricorso alla votazione fiduciaria azzera il dibattito parlamentare(+68 %).
Il Parlamento diventa così sempre più marginale, sacrificato alla logica del rapporto diretto tra Capo del Governo e partiti che, in questo contesto, cessano di essere veicolo della rappresentanza politica.
L’impoverimento della democrazia italiana passa, infine, anche dall’impoverimento del dibattito pubblico, ormai lontanissimo anche dalla prosa pulita dei costituenti. Un dibattito opaco, nel quale gli argomenti sono miseri e urlati, spesso lontani dalla realtà dei fatti. L’assenza di un dibattito pubblico argomentato uccide i parlamenti, luogo della discussione per eccellenza, e accentua il totalitarismo della comunicazione. La cultura della Costituzione si costruisce e si affina nel tempo. L’informazione è, in questa ottica, strumento essenziale perché contribuisce a costruire, insieme ad altri elementi, una lettura costituzionale, una interpretazione della Costituzione. Quale idea del ruolo degli organi costituzionali può trasparire se ad avere le prime pagine è solamente il Governo e il suo Presidente del Consiglio? Quale significato assume la democrazia parlamentare se le medesime prime pagine sono dedicate alle assenze dei parlamentari? Una modalità sovra-rappresentativa del ruolo dell’esecutivo e denigratoria dell’organo parlamentare allontana i più dalla partecipazione politica. Quali soluzioni possono dunque essere proposte per gli scenari descritti?
3. Affrontare la crisi e disciplinare il diritto individuale di partecipazione politica I partiti devono poter tornare a rappresentare in maniera virtuosa le loro origini fondative della Costituzione. Alla luce di questa prospettiva la Costituzione può essere difesa non soltanto dagli organi di garanzia costituzionale, la Corte costituzionale e il Presidente della Repubblica, ma anche dalle forze associate alle quali la Costituzione all’art. 49 affida la possibilità di “concorrere alla determinazione della politica nazionale”.
Bisogna avere il coraggio di ricordare, come di recente hanno fatto anche i vescovi, che l’art. 54 della Costituzione prevede un obbligo di fedeltà alla Repubblica ed una disciplina cogente per coloro cui sono affidate funzioni pubbliche. Tali funzioni devono essere infatti adempiute con “disciplina e onore”. Un argine alla assenza di limiti collettivi può essere costruito rafforzando la prescrittività della Costituzione anche sotto il profilo dell’etica pubblica e costituzionale. In questi anni, troppo a lungo, ci siamo concentrati sulle trasformazioni legate alla riforma della legge elettorale. Legge che deve certamente essere cambiata, perché favorisce la formazione di un Parlamento di soli nominati e allontana i cittadini dalla possibilità di dialogare direttamente con i propri rappresentanti. Legge, tuttavia, che non è l’unica responsabile della struttura oligarchica che i partiti hanno assunto in Italia.
Per difendere la Costituzione dobbiamo prenderla sul serio partendo dalla applicazione dell’articolo 49 che non ha mai avuto reale attuazione. Appare ormai ineludibile una legge sui partiti che affronti con determinazione i nodi della partecipazione democratica. Occorre, anzitutto, incentivare il diritto individuale di determinare le scelte politiche nazionali. I luoghi della formazione delle idee sono ormai molteplici e la legge sui partiti potrebbe incentivare e supportare forme di partecipazione effettiva alle scelte politiche.
Altro tema da affrontare è quello della opacità e della fragilità del sistema di finanziamento dei partiti. Tema da approfondire con serietà, subordinando, in legge, la possibilità di ottenere finanziamenti pubblici ad un controllo indipendente sulla trasparenza dei bilanci dei partiti.
Infine, anche la democrazia paritaria è un dovere costituzionale e, come tale, anche i rimborsi elettorali potrebbero essere subordinati alla realizzazione di una maggiore presenza femminile in Parlamento. Poche regole, ma essenziali per ritrovare le ragioni fondative della Repubblica e per riportare il dibattito politico tra i cittadini ed in Parlamento.
13 aprile 2010
