Cultura ed IstruzioneInterventi in Aula
23 luglio, 2008

TAGLI INDISCRIMINATI ALL’ISTRUZIONE

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“Molte delle norme contenute nel decreto-legge n. 112 del 2008 si configurano come un grave attacco al sistema pubblico dell’istruzione e dell’università: su 20 miliardi di tagli alla pubblica amministrazione, circa 8 infatti appartengono a questo capitolo. Il blocco del turn over al 20 per cento determinerà una contrazione delle cattedre tale da influire negativamente sulla qualità dell’offerta formativa, peraltro già carente, come dimostrano i dati dell’indagine OCSE-PISA; la contrazione delle cattedre, ancora, renderà più difficile garantire il sostegno ai diversamente abili, sinora accolti dalla scuola italiana secondo un modello di integrazione educativa che a lungo gli altri Paesi ci hanno invidiato. Stessa cosa accadrà nella scuola primaria, col paventato ritorno al maestro unico, e nella scuola secondaria, con l’accorpamento delle aree disciplinari delle classi di concorso. Al posto di un serio investimento sull’istruzione, che passi attraverso l’elaborazione di un piano finanziario per obiettivi, dall’edilizia scolastica al diritto allo studio, ai progetti dell’autonomia, alla qualificazione degli insegnanti, ci sono invece tagli indiscriminati agli organici, e un grosso taglio relativamente all’assunzione dei precari: parliamo di lavoratori della scuola che da anni fanno andare avanti questa «nave» poco sicura e che da anni attendono di essere assunti. Ancora: ci chiediamo perché interrompere improvvisamente le scuole di formazione degli insegnanti, le più note SISS, senza un’alternativa immediata.
Sia chiaro: non siamo insensibili al tema della riduzione della spesa; è già con la legge finanziaria per il 2008 del Governo Prodi che quest’ultimo aveva intrapreso tale sentiero. Riteniamo però che i tagli da voi operati debbano essere sottoposti prima di tutto alla verifica di sostenibilità, e qui, riteniamo, la sostenibilità è del tutto assente. Infatti è assente qualsiasi investimento sulla qualità dell’insegnamento: scegliete l’accorpamento delle cattedre senza capire che in questo modo la specializzazione dei saperi tramonta a discapito delle conoscenze; la scuola diventaPag. 77sempre più, così, un luogo di accoglienza e sempre meno un luogo di formazione. La formazione continua degli insegnanti è obbligatoria per undici Stati membri dell’Unione europea, non per l’Italia. Dal vostro programma nessun investimento sull’aggiornamento disciplinare-pedagogico, ma un adeguamento demagogico degli stipendi degli insegnanti alla media europea; permetteteci di non crederci: ci piacerebbe molto, ma prima dovreste dirci in quale modo pensate di trovare i soldi per l’aumento degli stipendi degli insegnanti, se non con l’immediato blocco di assunzione dei precari già citato.
Infine, il decreto-legge n. 112 del 2008 cancellerà l’innalzamento a sedici anni dell’obbligo di istruzione introdotto dal Governo Prodi. Esso prevede infatti che si potrà assolvere tale obbligo anche nel sistema regionale della formazione professionale, aprendo la strada ad una scuola classista proprio quando i più importanti studi americani ed europei insistono su quanto sia fondamentale per il successo scolastico il contesto sociale da cui si parte. In questo caso la scelta precoce a quattordici anni fra istruzione da una parte e formazione professionale dall’altra finisce per precludere, alla fascia più debole della popolazione, il conseguimento, che solo la scuola può garantire, di una cittadinanza consapevole.
Concludo. Con tutti questi tagli, nascosta dall’emergenza economica, state scrivendo una vera e propria riforma della scuola, specchio di una forte volontà di smantellamento della scuola pubblica, quando invece l’unica via oggi praticabile sarebbe la valorizzazione del lavoro fin qui svolto; con interventi anche correttivi e migliorativi – perché no? -, ma anche con un consistente impegno finanziario che possa restituire a tutto il sistema dell’istruzione, dalla scuola primaria all’università, il ruolo di veicolo strategico di cittadinanza e uguaglianza civile. Chiediamo al Governo di non dimenticarlo.”

(seduta n.40, martedì 22 luglio 2008).

 

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Roberto Puggioni 1:19pm on luglio 30, 2008

Mi pare apprezzabile nel tuo intervento ciò che è imprescindibile: riportare il problema scuola al sistema paese, sulla base dei pessimi indici nazionali d?istruzione e di elevata dispersione scolastica; mi pare anche opportuno ricordare gramscianamente, come fai, la correlazione tra istruzione e crescita economica, o nel segno contrario tra ignoranza e modeste possibilità d?inclusione sociale ed economica. Ma il punto ? è ben chiaro ? concerne il binomio qualità/merito sbandierato dalla Gelmini e le risorse che il governo non offre, ma sottrae alla scuola. È più che un sospetto che sia in atto il tentativo di questa gente di coprire il vuoto di serie politiche scolastiche, e di moneta da impegnare, con un?idea classista dell?istruzione mascherata da demagogiche tensioni di rigore meritocratico. Una scuola di qualità non può essere solamente quella che premia gli studenti più meritevoli e attrezzati ? socialmente, culturalmente, economicamente ? dimenticando quella cospicua area (50%?) di ragazzi che manifestano difficoltà d?apprendimento, scarso interesse, e non hanno adeguato sostegno familiare. Alle medie inferiori la situazione mi pare drammatica, sono allo sbando: l?obiettivo ? al di là di presunte mete d?eccellenza - deve essere quello di non perdere neppure uno studente, procedendo ad una rialfabetizzazione di base, riportando le famiglie a condividere scelte e urgenze educative, nel contesto di istituti in cui la fermezza pedagogica deve coniugarsi con la riqualificazione degli insegnanti e dei percorsi/strumenti didattici (non si sbaglia di certo a rimettere in primo piano grammatica, matematica, ecc). Tuttavia sono dell?opinione che anche la sinistra non debba cadere in generici appelli all?uguaglianza, degli studenti e dei docenti: devono essere assicurate a tutti opportunità valide e qualificate di partenza per i primi, di aggiornamento per i secondi. Questo credo sia il fondamento della scuola di qualità. Solo su questi presupposti la qualità potrà considerarsi anche quella che premia gli studenti e i docenti più capaci e studiosi. Con questi presupposti le scuole e i docenti non dovrebbero rifiutare una ponderata ? certo complicata - valutazione dei risultati e (in certa misura) risorse premiali aggiuntive, nel contesto di una autonomia scolastica ripensata al di là delle cartacce burocratiche. Francamente ritrovo nel tuo articolo ? ben delineate - tutte le tessere del mosaico scuola, e non saprei come articolarle in termini generali in forma più efficace. Se dovessi pensare ad alcune tessere da rivitalizzare con la massima urgenza forse potrei indicarne tre, non so se con ortodossi orientamenti di sinistra: 1) capovolgere la tendenza all?accorpamento, solo le scuole piccole possono garantire la qualità e una più agile disponibilità per attività extracurriculari; solo le classi poco numerose consentono una didattica idonea e l?attenzione per il singolo studente; 2) se risultasse irreversibile l?orientamento ad abolire le SISS, si pensi ad assicurare ai nuovi docenti esclusivamente un tirocinio più serio e articolato nelle scuole. Per i docenti già in servizio si garantiscano possibilità di formazione e autoformazione (ma di questo parli diffusamente nell?articolo), quantomeno con significative esenzioni fiscali. Credo si possa ragionare, con molta prudenza, di valutazione e di ?carriere? degli insegnanti quando si metteranno sul piatto risorse significative per il loro aggiornamento; 3) per quanto concerne le superiori, non credo si debba negare agli studenti più meritevoli ed attrezzati l?opportunità di crescere e di avere adeguati riconoscimenti. Piuttosto che perdere i meno dotati e annoiati, penso si debba offrire loro un efficace e ben preparato sistema di passaggi da una scuola ad un?altra, o - quando fossero disponibili ? di passaggio ad enti di formazione professionale seri (a volte esistono) ben selezionati e sottoposti a controlli severi. Non sarei peraltro contrario al ritorno agli esami di riparazione. Credo che in Commissione dobbiate puntare su interventi mirati e specifici, forse gli unici che possono fare breccia nella politica del governo e negli annunci ad effetto della Gelmini, la quale peraltro penso conterà ben poco, si dovrà limitare agli annunci appunto, ad interventi a costo zero, o a riassemblare le briciole messe a disposizione da Tremonti. La situazione universitaria non mi pare messa meglio. Ma di questo, come del resto del sistema scuola, possiamo parlare un?altra volta in forma più organica.

2 commentiX
ALE 5:10pm on luglio 25, 2008

Il problema non sono i tagli. I soldi bastano, come per tutte le cose, bisogna solo saperli usare. Bisogna eliminare tutti quei dipendenti pubblici sfaticati, che è una vergogna che siano pagati dallo Stato. Bisogna risparmiare, bisogna ridurre gli sprechi (sotto tutti i punti di vista, della carta, dei materiali, dell’energia) e ecco che i soldi basteranno. Non servono invenzioni stratosferiche, solo la buona volontà da parte di tutti.
Ma parlare di buona volontà con i lavoratori pubblici è un controsenso.

Roberto Puggioni 1:19pm on luglio 30, 2008

Mi pare apprezzabile nel tuo intervento ciò che è imprescindibile:
riportare il problema scuola al sistema paese, sulla base dei pessimi
indici nazionali d?istruzione e di elevata dispersione scolastica; mi
pare anche opportuno ricordare gramscianamente, come fai, la
correlazione tra istruzione e crescita economica, o nel segno
contrario tra ignoranza e modeste possibilità d?inclusione sociale ed
economica.
Ma il punto ? è ben chiaro ? concerne il binomio qualità/merito
sbandierato dalla Gelmini e le risorse che il governo non offre, ma
sottrae alla scuola. È più che un sospetto che sia in atto il
tentativo di questa gente di coprire il vuoto di serie politiche
scolastiche, e di moneta da impegnare, con un?idea classista
dell?istruzione mascherata da demagogiche tensioni di rigore
meritocratico.

Una scuola di qualità non può essere solamente quella che premia gli
studenti più meritevoli e attrezzati ? socialmente, culturalmente,
economicamente ? dimenticando quella cospicua area (50%?) di ragazzi
che manifestano difficoltà d?apprendimento, scarso interesse, e non
hanno adeguato sostegno familiare. Alle medie inferiori la situazione
mi pare drammatica, sono allo sbando: l?obiettivo ? al di là di
presunte mete d?eccellenza – deve essere quello di non perdere neppure
uno studente, procedendo ad una rialfabetizzazione di base, riportando
le famiglie a condividere scelte e urgenze educative, nel contesto di
istituti in cui la fermezza pedagogica deve coniugarsi con la
riqualificazione degli insegnanti e dei percorsi/strumenti didattici
(non si sbaglia di certo a rimettere in primo piano grammatica,
matematica, ecc).

Tuttavia sono dell?opinione che anche la sinistra non debba cadere in
generici appelli all?uguaglianza, degli studenti e dei docenti: devono
essere assicurate a tutti opportunità valide e qualificate di partenza
per i primi, di aggiornamento per i secondi. Questo credo sia il
fondamento della scuola di qualità. Solo su questi presupposti la
qualità potrà considerarsi anche quella che premia gli studenti e i
docenti più capaci e studiosi. Con questi presupposti le scuole e i
docenti non dovrebbero rifiutare una ponderata ? certo complicata –
valutazione dei risultati e (in certa misura) risorse premiali
aggiuntive, nel contesto di una autonomia scolastica ripensata al di
là delle cartacce burocratiche.

Francamente ritrovo nel tuo articolo ? ben delineate – tutte le
tessere del mosaico scuola, e non saprei come articolarle in termini
generali in forma più efficace.
Se dovessi pensare ad alcune tessere da rivitalizzare con la massima
urgenza forse potrei indicarne tre, non so se con ortodossi
orientamenti di sinistra:
1) capovolgere la tendenza all?accorpamento, solo le scuole piccole
possono garantire la qualità e una più agile disponibilità per
attività extracurriculari; solo le classi poco numerose consentono una
didattica idonea e l?attenzione per il singolo studente;
2) se risultasse irreversibile l?orientamento ad abolire le SISS, si
pensi ad assicurare ai nuovi docenti esclusivamente un tirocinio più
serio e articolato nelle scuole. Per i docenti già in servizio si
garantiscano possibilità di formazione e autoformazione (ma di questo
parli diffusamente nell?articolo), quantomeno con significative
esenzioni fiscali. Credo si possa ragionare, con molta prudenza, di
valutazione e di ?carriere? degli insegnanti quando si metteranno sul
piatto risorse significative per il loro aggiornamento;
3) per quanto concerne le superiori, non credo si debba negare agli
studenti più meritevoli ed attrezzati l?opportunità di crescere e di
avere adeguati riconoscimenti. Piuttosto che perdere i meno dotati e
annoiati, penso si debba offrire loro un efficace e ben preparato
sistema di passaggi da una scuola ad un?altra, o – quando fossero
disponibili ? di passaggio ad enti di formazione professionale seri (a
volte esistono) ben selezionati e sottoposti a controlli severi. Non
sarei peraltro contrario al ritorno agli esami di riparazione.
Credo che in Commissione dobbiate puntare su interventi mirati e
specifici, forse gli unici che possono fare breccia nella politica del
governo e negli annunci ad effetto della Gelmini, la quale peraltro
penso conterà ben poco, si dovrà limitare agli annunci appunto, ad
interventi a costo zero, o a riassemblare le briciole messe a
disposizione da Tremonti.
La situazione universitaria non mi pare messa meglio. Ma di questo,
come del resto del sistema scuola, possiamo parlare un?altra volta in
forma più organica.

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